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Istanti

Wed Jun 3, 2009, 7:04 AM
L’oceano, la foglia e la margherita.

Virginia. Che nome strano, probabilmente anche insolito, non ce ne sono tante, ma quelle poche probabilmente sono troppe.
Vedo il mondo come se fossi sotto un oceano tropicale pieno di striature variopinte, attraverso uno strato verde azzurro guardo il mondo, ed esso mi osserva a sua volta. C’è un’ombra, appena sotto quest’oceano, che, a seconda del tempo e dell’umore dell’acqua, è più scura, meno evidente o più chiara. Se l’oceano è movimentato o se c’è il vento, l’ombra è ben visibile, ma se c’è il sole, bel tempo e tranquillità, l’ombra non è poi così calcata.
Sorrido se vedo persone gioiose, mi viene da ridere vedendo i piccoli di pettirosso che cercano di volare, per poi cadere a terra senza alcun risultato. Un sorriso, niente di più bello, vero e sincero.
Vedo un albero di un verde che quasi acceca, imponente, c’è una foglia, diversa per grandezza dalle altre, con un bruco sopra, che riposa placidamente sotto l’ombra del tronco, provo a prendere la foglia. Salto, ci riprovo, ma non riesco ad afferrarla.
Un giorno ero in un parco dei divertimenti, dovevo salire sul “giro della morte”. “Accostatevi alla sbarra dell’altezza, prego”, un ragazzo mi aveva fatto avvicinare a un palo di ferro con tante, troppe tacche, e io non arrivavo all’altezza giusta. “Mi dispiace, cresci ancora un po’”. Mi ero rassegnata. “Che cosa sarà mai, ci sono tante altre cose belle nella vita”.
Spighe di grano al vento, gialle come il sole di luglio, che ondeggiano mentre cammino: alcune si intrecciano, altre non sono perfettamente dritte, altre ancora ricadono annodandosi. L’aria le scompiglia, e io non mi curo più di sistemarle ordinate dietro le orecchie. Come se fossi dentro un cespuglio, non vedo chiaramente quello che c’è al di fuori, i rametti si intersecano davanti ai miei occhi, ma non voglio spostarli. Mi danno sicurezza, mi riparano. Non fanno del male a nessuno, assicurano solo a me quella certezza di cui ho bisogno mentre cammino tra mille e più persone.
Ci sono varie bottiglie sul tavolo, tutte uguali. Vetro verdastro, etichetta azzurrina con bordi rossi con la stessa scritta al centro, stesso tappo grigio di metallo. Ma una no. E’ differente dalle altre. Non è tutta di quel verde uniforme, sembra l’abbiano inserita in una lavatrice con vari colori al posto del detersivo: giallo, rosso, blu, nero, bianco, arancione … Ma di che colore è? Il tappo non è grigio, ma blu petrolio e, per giunta, è di plastica. L’etichetta è sciupata, come se qualcuno avesse tentato di toglierla con pochi risultati. Non è affusolata, anzi. Devono averla schiacciata prima di crearla, perché non è dell’altezza standard. Contiene la stessa quantità d’acqua, ma in modo differente. Meno in altezza e più in larghezza. Non penso sia l’unica al mondo, ma fra quelle, fra quelle bottiglie lì sul tavolo, non ce n’erano altre come lei.
La prima margherita della nuova stagione. Come cambia umore in fretta. Si sa, ormai, che in primavera il sole e la pioggia si alternano a ogni istante, e questa margherita si apre e si chiude ogni volta che il tempo cambia.
Spesso, nell’arco di un solo giorno, avviene troppo spesso, ma ormai i fili d’erba che la circondano sono abituati. Quando le si chiude per la mancanza di luce, essi si voltano, la lasciano in pace, finché rispunta il sole. Se pesti una margherita, ci sono varie opzioni: o essa si piega, ma poi si rialza, o si spezza per poi rimanere lì, oppure rimane impassibile. Se si tira troppe volte un filo elastico, questo si allunga, e infine rimane immune ai tentativi successivi, perché oramai è “abituato”.
E’ sera, la margherita si chiude nel proprio “guscio”, ma non subito, non ha ancora sonno, andrà a dormire appena si sentirà più stanca.

  • Listening to: It's okay to be gay

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